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Robert Rauschenberg. Gluts

I glut, letteralmente eccesso ma anche saturazione, sono le splendide sculture create da Robert Rauschenberg assemblando e manipolando gli oggetti più disparati, principalmente resti industriali. Mantenendo sempre alta la sensibilità cromatica, nonché estetica, l’artista statunitense ha dato autonomia tridimensionale ai suoi combine, sia nei gluts appesi alle pareti che a quelli che si “reggono sulle proprie gambe”, come il ventilatore accartocciato o la bicicletta rovesciata.

Scultura tra Oriente e Occidente

Milano, Spazio Taccori, Corso Garibaldi, 2 Curata da Caterina Fiocchi e Ilaria Locatelli la mostra propone una mescolanza di diversi modi di intendere la scultura. Tre artisti italiani– Riccardo Cavalleri, Caterina Frezzini e Antonella Iovinella – senza perdere il contatto con la materia e la tradizione tecnica si confrontano con le radici culturali dell’Oriente di Hidehiko Kawamura, Soo Young Kim, Makoto e Urbansolid

Santo Stefano – Marco Casagrande

Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Marco Casagrande (1804-1880) è uno dei grandi interpreti del linguaggio neoclassico sul piano europeo. Per il Duomo di Conegliano realizza per intero l’altare marmoreo dedicato a Santo Stefano; la cui serafica figura domina la scena mentre il fregio superiore narra i miracoli compiuti dal martire.

Yoko Ono – Anton’s memory

Si è da poco conclusa Anton’s memory, la delicata mostra di Yoko Ono che Nora Halpern ha curato per la Bevilacqua La Masa di Venezia. Da instancabile sperimentatrice, Ono indaga anche le categorie della scultura: Touch me III (2008-2009) è il titolo – e l’invito – della versione in marmo di un precedente lavoro che, come spesso accade, ha come soggetto il corpo stesso dell’artista. Dal più tradizionale Play it by trust (1996-1997), una perfetta scacchiera di marmo, al letto su cui poggia una Bibbia, alla gabbia che raccoglie i pensieri dei visitatori, tutto è immerso in un costante e piacevole cinguettio

Tito Livio – Arturo Martini

L’opera precede di tre anni la “morte della lingua scultorea” di Martini (1945) ed è infatti ancora ravvisabile un certo classicismo nella possente squadratura del marmo: il Tito Livio martiniano è immaginato inginocchiato, assorto nella lettura. La spontaneità dell’atteggiamento è accentuata dall’appoggio del gomito sinistro al plinto.

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